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Sillabario

8 ottobre 2010  —  25 novembre 2010

Rosa Barba, Western Round Table. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy Raffaella and Stefano Sciarretta and Giò Marconi Christina Mackie, The Judges. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy Raffaella and Stefano Sciarretta and Supportico Lopez Rosa Barba, Western Round Table. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy Raffaella and Stefano Sciarretta and Giò Marconi Nemanja Cvijanovic', Natura morta. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy Raffaella and Stefano Sciarretta and T293 Nedko Solakov, Deeply pessimistic stories. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy Raffaella and Stefano Sciarretta Nedko Solakov, Deeply pessimistic stories. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Courtesy Raffaella and Stefano Sciarretta

Sillabario introduce la programmazione di Nomas Foundation che quest’anno si concentra sul modo in cui le forme raccontano l’inscriversi delle microstorie nella Storia, segnando il passaggio dall'analisi del collezionare come pratica culturale, che ha rappresentato il filo conduttore delle mostre dello scorso anno.
Le opere in mostra, selezionate dalla collezione compongono una prefazione del programma, non ne indicano in maniera precisa i contorni, viceversa offrono spunti per moltiplicarne la lettura.
A ogni lavoro è stata affiancata una parola che declina un soggetto, dischiude una storia e analizza un tema che verrà sviluppato nel corso del nuovo percorso di ricerca ed esposizione della fondazione. Le opere di Rosa Barba, Nemanija Cvijanovic’, Christina Mackie, Nedko Solakov vanno sfogliate, lette e così intese come punti per partecipare alla storia e riflettere sulla scrittura.


I SIMBOLI
Nemanja Cvijanovic', Natura morta, 2004
Il volto di Marx rigato da una lacrima ci fissa dalla sua solenne dimensione mitologica. Un simbolo della Storia si trova affacciato sul presente, la sua forza smarrita davanti alla presa di coscienza della sua nuova posizione. Marx, imprigionato in un televisore, nell’oggetto che ha contribuito in parte alla crollo stesso della sua filosofia, piange e comprende la distanza temporale e ideale che occupa, percependo il sapore del fallimento. Della sua presenza non è rimasto che l’emblema, laddove il pensiero si cristallizza per trasformarsi in iconologia.

Nemanja Cvijanović nato nel 1972 a Rijeka, in Croazia. Le sue opere esplorano, attraverso uno sguardo critico, le vicende legate al socialismo, la crisi delle utopie del ‘900 e la relazione tra economia e politica, con l’intento di preservare un passato censurato o dimenticato. I suoi lavori sono stati presentati in numerose sedi internazionali, tra cui recentemente la Biennale di Carrara, la Fondazione Bevilacqua La Masa, Skuc Gallery Lubiana, la galleria T293 di Napoli.


IL RACCONTO
Nedko Solakov, Deeply pessimistic stories, 2006
inchiostro seppia nero e bianco, acquarello su carta.
serie di 9 disegni 19x28 ciascuno.
Deeply Pessimistic Stories (Storie profondamente pessimistiche) e Stories with Nice Endings (Storie con bei finali) sono due distinte serie che compongono un racconto attraverso immagini e testo che danno vita ad una sorta di libro da leggere attraversando lo spazio espositivo.
Il lavoro di Nedko Solakov, sia quando più direttamente allude alla scrittura come nel caso delle opere in mostra, sia quando prende forma di installazione, scultura o pittura, riporta sempre alla dimensione narrativa dove il racconto di sé dell’opera si intreccia con il piano della Storia, il particolare con l’Universale, i casi che portano alla genesi dell’opera o le scelte che dobbiamo fare giorno per giorno con le grandi questioni etiche e ontologiche dell’esistenza.

Nedko Solakov Bulgaria, 1957, vive e lavora a Sofia. Artista di primo piano nella scena internazionale, utilizza un linguaggio artistico ironico, sia nelle installazioni che nei disegni di piccolo formato. Le sue opere raccontano storie e aneddoti che riflettono particolari della vita contemporanea. Ha partecipato a varie edizioni della Biennale di Venezia e di Instanbul, a Manifesta, alla Biennale di Gwangju e numerose altre. Ha tenuto mostre presso il Castello di Rivoli, il Museu do Chiado di Lisbona, CCAKitakyushu in Giappone, The Israel Museum di Gerusalemme.


LA CONVERSAZIONE
Rosa Barba, Western Round Table 2027, 2007
2 x 16 mm film, 2 x proiettori, loop, suono ottico
Nel 1949 un gruppo di personalità del mondo della cultura tra cui Marcel Duchamp, Frank Lloyd Wright e Gregory Bateson si incontrarono per discutere le radici moderniste dell'arte e l'idea di moderno nel futuro. Il convegno era stato organizzato dalla California School of Fine Arts e si intitolava The Western Round Table on Modern Art. Il movimento moderno era allora già al tramonto, e il convegno, più che una riflessione critica, assume a posteriori l'aspetto di una operazione di istituzionalizzazione di qualcosa che è già fuori dal tempo. Western Round Table 2027 di Rosa Barba si compone di due proiettori 16 mm che si guardano come fossero in conversazione, ciascuno proietta luce sull'altro, ciascuno ha una sua traccia sonora vagamente meccanica e modernista, le due voci si sovrappongono senza mai fondersi. E' una riflessione sull'obsolescenza del moderno, ma nelle sue forme l'opera sembra anche rappresentare la tendenza del dibattito critico al monologo, piuttosto che al confronto, all'isolamento, piuttosto che alla condivisione.

Rosa Barba, nata ad Agrigento nel 1972, vive a lavora tra Colonia e Amsterdam. Nei suoi lavori, si avvale degli elementi che compongono il linguaggio cinematografico sia nella loro componente visiva che sonora e testuale. Suggerisce così atmosfere quasi fantastiche e storie che vivono in un aleggiante senso di sospensione. Ha tenuto numerose mostre personali e collettive in spazi prestigiosi come la Foundation Galleria Civica-Center of Research on Contemporary Art di Trento, la carlier | gebauer di Berlino, la TATE Modern di Londra, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, la Galeria Gio Marconi di Milano.


LO STUDIO
Christina Mackie, The Judges, 2010
Mixed media, dimensioni variabili
Un tavolo cosparso di appunti, di bozzetti, di tracce compone una partitura potenziale. Christina Mackie ci permette di varcare la soglia del luogo in cui prendono forma le idee, concedendoci di entrare in uno spazio di ricerca. Davanti al ‘non finito’ sullo scrittoio, siamo così attratti dai possibili collegamenti tra soggetti e oggetti. Nell’ordine imperscrutabile dell’atto creativo, un’immagine si ripete. Lo sguardo del giudizio scruta ogni dettaglio dello studio. I giudici dall’opera The Bench di Hogarth sono ovunque. La loro presenza redarguisce, commenta e narra una condizione. Affianco a loro una variazione di sassi: rocce raccontate nella loro forza e rappresentate nella loro fragilità, studiate nei loro stati geologici, e mostrate nelle loro possibili e continue trasformazioni. Svelandoci il suo studio e i suoi studi, Christina Mackie analizza l’inflessibilità delle forze fisiche e culturali che impossibilitano il movimento, parlandoci così dello scorrere inesorabile del tempo.

Christina Mackie nata nel 1956 a Oxford, vive e lavora a Londra. I suoi lavori sono stati esposti alla Chisenhale Gallery di Londra, Supportico Lopez a Berlino, Herald St a Londra, AC project Room di New York. La sua ricerca si caratterizza per l’utilizzo degli elementi e dei media più disparati (dai tessuti alle lampade, dalla carta al video), che sono installati separatamente, ma sono tenuti insieme dalla loro prossimità o associazione.


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