Subscribe to our mailing list

* indicates required

Rossella Biscotti, Le Teste in Oggetto

4 aprile 2009  —  18 maggio 2010

Rossella Biscotti, Le teste in oggetto. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Ph: Ela Bialkowska Rossella Biscotti, Le teste in oggetto. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Ph: Ela Bialkowska Rossella Biscotti, Le teste in oggetto. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Ph: Ela Bialkowska Rossella Biscotti, Le teste in oggetto. Installation view, Nomas Foundation, Rome. Ph: Ela Bialkowska

Come in opere precedentemente realizzate da Rossella Biscotti, il progetto prevede il riutilizzo di materiale d’archivio e l’analisi della relazione esistente tra creazione artistica e contesto storico.
Nel corso di ricerche d’archivio durante un soggiorno a Roma, Rossella Biscotti, insieme all’artista Kevin van Braak, ha scoperto l’esistenza di cinque sculture in bronzo raffiguranti le teste di Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini, realizzate dagli scultori Giovanni Prini e Domenico Rambelli per l’Esposizione Universale di Roma del 1942 - cancellata a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale - e mai esposte al pubblico.

Le teste in oggetto sviluppa una ricerca che l’artista ha portato avanti nel corso degli ultimi anni e si articola in un percorso diviso in tre fasi, che approfondisce l’idea di performatività, di assenza e di incontro.
Il progetto inizia con il viaggio dei cinque bronzi dai depositi del Palazzo degli Uffici dell’Eur fino alla loro collocazione nella sede della Nomas Foundation, dove rimarranno in mostra per una settimana. Successivamente, la Fondazione ospiterà una traccia del loro passaggio: una grande foto raffigurante le teste installate nello spazio espositivo e altri materiali di documentazione.

Il 18 maggio il percorso si concluderà con una performance dell’artista e la presentazione del catalogo della mostra.
Una piattaforma di legno sarà l’elemento architettonico tangibile che permetterà un incontro reale tra il pubblico e l’artista, i quali condivideranno il processo di scoperta di qualcosa che è stato a lungo sepolto e sconosciuto a tutti.
Il dialogo tra la monumentalità classica delle teste e l’architettura modernista della piattaforma mette in rilievo non solo i modi in cui è evoluto il rapporto tra artista e committente ma anche la funzione dell’opera d’arte in contesti storico-culturali differenti.

In collaborazione con Eur SpA

Rossella Biscotti è nata a Molfetta, Italia, 1978. Vive e lavora a Rotterdam, Olanda.
Principali mostre: 2008: Wilfried Lentz Gallery, Rotterdam (NL); prometeogallery, Lucca; Museion in Bolzano; Netwerk, Aalst (BE); 2007: De Garage, Mechelen / Cultuurcentrum Strombeek (BE); Les Rencontres Internationales, Jeu de Paume, Parigi (FR) / National Museum Reina Sofia, Madrid (ES); 2006: Italian Academy at Columbia Univesity, New York, (USA); Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci, Prato; Galleria Civica di Trento;12th Biennial of Moving Images, Centre pour l'image contemporaine, Saint-Gervais, Ginevra (CH); Video_Report, GAM, Monfalcone; Sense and Sensitivity, TENT Rotterdam Center for the Arts, Rotterdam (NL); 2005: Adam, Smart Project Space, Amsterdam (NL).
Rossella Biscotti ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti alla carriera: nel 2006 ha vinto il Premio NY, Premio per l’arte contemporanea del Ministero degli Affari Esteri e Italian Academy in New York. Nel 2007 il film Il sole splende a Kiev ha vinto il Geneva Grand Prize alla Biennale delle Immagini in movimento di Ginevra (CH) e il Golden Cow al Gstaad Film Festival in Gstaad (CH). Nel 2009 ha vinto il Premio della Fondazione Strozzina di Firenze ed è stata nominata tra i cinque finalisti del Prix de Rome, prestigioso premio dello stato olandese per l’arte contemporanea.

L’arte in oggetto, metodi e strategie di investigazione:

Ho avuto modo recentemente di seguire Rossella Biscotti in una delle sue peregrinazioni in giro per Roma a caccia di informazioni e di permessi per il progetto della Nomas Foundation. Osservavo in particolare l’attenzione ai dettagli, la logica delle conclusioni, la rigorosa elaborazione di ipotesi che le permettevano di passare alle fasi successive, la maniera gentile ma ferma di comunicare con un esercito anonimo di uscieri, impiegati, funzionari, guardie giurate, addetti stampa, responsabili di reparto che soprintendono gelosamente alla gestione del patrimonio storico nazionale e che l’artista considera una preziosa fonte di conoscenza.

Rossella Biscotti sembra possedere il fiuto infallibile di un detective nell’individuare eventi e persone in parte cancellati o occultati perché scomodi o semplicemente dimenticati. Individuata la pista da seguire, si sviluppa da quel momento in poi un iter investigativo che comprende la raccolta di una mole considerevole di materiale di documentazione relativo al progetto: documenti storici, carteggi, corrispondenza tra l’artista e gli organi competenti, fotocopie delle pratiche per il rilascio di permessi, foto di documentazione, reperti di varia natura, registrazioni, ecc. Risulta presto evidente che il contenuto della storia è soltanto uno dei tasselli di un programma più complesso e che l’oggetto di indagine riguarda piuttosto le condizioni formali di sviluppo e di presentazione del progetto, le cui tracce sono d’altronde ben visibili all’interno dello spazio espositivo e nel catalogo.

A conferma dello stile di ricerca di Rossella Biscotti basta osservare i titoli dei suoi lavori
.Teste in oggetto per esempio appartiene al registro linguistico della burocrazia, quasi si trattasse di un faldone depositato in un qualsiasi archivio ministeriale ma è anche un indizio linguistico del suo agire ‘mimetico’. Sebbene l’artista tragga spunto per lo più da storie realmente accadute, la forza e la singolarità della sua estetica si basano sulla capacità di restituirle al pubblico sotto forma di questioni aperte. L’accentuarsi negli ultimi lavori dell’aspetto performativo ricorda i pedinamenti di Sophie Calle (in maniera particolare Suite Venitienne in cui l’artista francese decide di seguire un uomo incontrato per caso ad una cena a Parigi, sino a rintracciarlo in una pensione veneziana dopo estenuanti appostamenti). Tuttavia le due pratiche artistiche divergono nelle finalità, di scavo nelle esistenze private per Sophie Calle e di azione in ambiti legati alla Storia e all’immaginario collettivo per Rossella Biscotti.

Nel 2006 l’artista insieme a Kevin van Braak aveva già analizzato in Cities of Continuous Lines i diversi aspetti dell’architettura fascista indagandone non tanto l’aspetto politico o propagandistico quanto piuttosto le modificazioni e le stratificazioni avvenute in relazione all’uso quotidiano che ne è stato fatto nel tempo. Nel corso di quelle ricerche aveva anche scoperto l’esistenza di cinque teste in bronzo, tre di Mussolini e due di Vittorio Emanule III negli scantinati del Palazzo degli Uffici dell’EUR, rimaste lì sin da quando furono realizzate dai due scultori Giovanni Prini e Domenico Rambelli su commissione dell’EUR per l’Esposizione Universale che si sarebbe dovuta svolgere a Roma nel 1942 e che fu cancellata a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Il nuovo progetto site-specific Le teste in oggetto, che può considerarsi una continuazione di quelle ricerche, in cui l’artista è di nuovo sulle tracce di un passato recente che per motivi diversi è stato in parte dimenticato dalla storiografia ufficiale, prevede lo spostamento temporaneo dei bronzi negli spazi della Nomas Foundation. Il loro trasloco in uno spazio espositivo non è però da considerarsi un’esposizione nel senso classico del termine, piuttosto un pretesto per ripensare al loro significato in relazione al contesto attuale. La mostra segue una scansione temporale suddivisa in più fasi – ricerche d’archivio, viaggio delle sculture, sosta per alcuni giorni in fondazione e rientro nei sotterranei – con un andamento che ricorda la ritualità delle tappe di una processione pagana. O forse si tratta di un pretesto per introdurre la seconda parte della mostra, un preludio al nuovo incontro con il pubblico per il finissage della mostra, accolto su una piattaforma concepita come un elemento architettonico modernista privo anch’esso di un carattere espositivo. Ma perché riportare alla luce delle sculture che incarnano una certa retorica monumentale, il cui valore e interesse sono legati esclusivamente alla loro funzione di propaganda di regime? Forse per ripensare ad un periodo buio e controverso della storia nazionale italiana, oggetto di una rimozione collettiva e offrire così l’occasione di un confronto reale attorno all’idea di monumento e di spazi architettonici ad esso correlato.

Il nuovo progetto può anche considerarsi una riflessione sulle evoluzioni storiche della monumentalità classica e dell’architettura fascista nei decenni successivi al crollo del regime, anche se originariamente l’intero quartiere EUR era stato concepito come un grande monumento al futuro e all’idea di moderno. Mentre però i singoli monumenti, privati delle loro funzioni originarie di matrice ideologica, hanno subìto una progressiva perdita di identificazione con un potenziale pubblico, diventando testimonianza storica di una memoria che appartiene al passato, le architetture coeve hanno continuato ad evolvere, in quanto spazi reali e vitali che si sono modificati e luoghi abitati con i quali i residenti si confrontano quotidianamente e nei quali tendono a riconoscersi. La tridimensionalità della scultura dei bronzi e la perentoria assertività delle espressioni dei ritratti del Duce e del Re contrastano con la loro collocazione sul pavimento dello spazio espositivo, evidenziando come nel tempo si siano modificati i criteri di giudizio, con uno slittamento di senso che è tuttavia distante dai ready made di Duchamp. Al contrario, la presenza stessa dell’artista nella fase performativa finale del progetto testimonia il convincimento che in questa fase storica, parafrasando Arthur Danto, le forme dell’arte devono essere vissute e non solamente conosciute e che l’arte può svolgere un ruolo significativo solo trasformandosi in una qualche forma di vita.
L’interesse dell’artista per le ideologie fa riferimento alla loro qualità di reperti archeologici di un tempo ormai trascorso, così come è accaduto per il riutilizzo da parte dell’arte del cinema, considerato il grande contenitore dell’immaginario collettivo del secolo scorso, ora soppiantato da altre forme di visione.

La ricerca di Rossella Biscotti sembra inquadrarsi così in una condizione contemporanea, riguardante il tempo successivo al crollo delle ideologie e dei grandi racconti che hanno segnato la storia del Novecento in cui, citando ancora Danto, sono gli atteggiamenti e le pratiche che definiscono la fase poststorica dell’arte.


Maria Rosa Sossai


MailFacebook
Newsletter
iten
MailFbTwitterVimeo